Antidoto al “Prima gli Italiani”

Le aree interne del Meridione e il rapporto tra accoglienza e identità locale

Foto di “Piccoli Comuni del Welcome”

La retorica del “prima gli italiani”, o del “prima gli europei”, i campani, i salernitani (…), contribuisce a far percepire il fenomeno migratorio – e di conseguenza il sistema di accoglienza – come un’offesa, o peggio una minaccia al “popolo” della nazione.  Per quanto la pervasività di questa retorica vada letta quale esito della strumentalizzazione politica di vulnerabilità sociali, la famosa “guerra tra poveri”, vi è un ulteriore aspetto che merita di essere considerato. 

Negli ultimi anni gran parte di chi sosteneva l’accoglienza nel dibattito pubblico italiano, talvolta ingenuamente, talvolta con dolo, ha inquadrato la ricezione dei richiedenti asilo e dei rifugiati quasi esclusivamente nei termini di un dovere etico e morale dello stato e delle comunità.

Ciò ha prestato il fianco alle reazioni che oramai conosciamo: siamo stati definiti “buonisti”, “radical chic”, “anime belle”, e abbiamo dovuto aver a che fare con la famosa frase: “se sei a favore dell’accoglienza perché non te li porti a casa tua?”

D’altronde il punto di vista xenofobo oltre ad essere estremamente semplice sembra anche apparentemente logico: Se gli italiani sono in difficoltà perché dovrebbero aiutare chi arriva da un altro continente?

Il fatto è che le basi di questo discorso sono completamente false. E lo sono perché si fondano su una falsa dicotomia tra un “Noi” italiano e un “altro” migrante mutualmente incompatibili. Questa classificazione non ha nulla a che vedere con le quotidianità di milioni di persone né con le modalità di costruire relazioni affettive, familiari o lavorative nell’attuale scenario italiano. Paradossalmente però, questa cornice discorsiva ha una fortuna incredibile: e funziona perché oltre ad essere il terreno su cui si costruisce il “prima gli italiani” è anche quello entro cui si fonda il la retorica maggioritaria sull’accoglienza. Nel discorso dominante sull’accoglienza infatti sembra che esista una cesura insanabile tra chi deve essere accolto, aiutato, salvato (i migranti) e chi accoglie, salva, aiuta (i nativi). Questo modo di affrontare la questione oltre ad essere lontano dalla realtà e generare un modello di accoglienza inefficace[1], non fa altro che rafforzare sentimenti xenofobi.

In questo articolo però non si vuole fare propria la disperazione e lo scoramento dilagante. Ma constatare che un’alternativa a tutto questo esiste. E funziona. Mentre la narrativa nazionale accende populismi e passioni xenofobe, dal basso si elaborano nuove strade per ripensare il rapporto tra accoglienza e identità sociale. Ciò non accade nei “salotti intellettuali delle metropoli” ma in territori che sin dal dopoguerra vengono continuamente devastati da decisioni politiche, processi economici e fenomeni sociali. Sono le aree interne del meridione, i paesini dell’appennino isolati e esclusi dalla modernizzazione del paese, aree che nei prossimi anni rischiano il completo spopolamento.

In queste zone stanno nascendo progetti innovativi che hanno messo al centro la buona accoglienza come uno degli elementi centrali attraverso cui far rivivere i territori. In questo articolo, ragionando sugli effetti di questo processo sulla popolazione locale si vuole evidenziare come le aree più remote e dimenticate del territorio italiano, nel provare a salvare sé stesse stiano costruendo alleanze oltre il paradigma xenofobo, svelando di fatto la grande truffa del “prima gli italiani”.

Le terre dell’Osso: tra “spolpamento” e “spopolamento”

Negli anni 50 Manlio Rossi Doria, grande studioso della questione meridionale, al fine di distinguere il Sud produttivo delle aree costiere da quello arretrato delle zone interne ha utilizzato la fortunata metafora di “terre della polpa” e “terre dell’Osso”[2]. Seguendo Rossi Doria, le terre definite dell’Osso erano in via di spopolamento e connotate da scarsa attività produttiva e pochi collegamenti con le città, le pianure, il mare.

Dopo 70 anni, in un meridione annichilito nei rapporti socio-economici e nelle previsioni di crescita negative, dalle fughe di massa delle nuove generazioni, dagli antichi e nuovi sistemi clientelari che bloccano gli spazi di elaborazione politica e sociale, le “terre dell’Osso” stanno letteralmente scomparendo. Nel giro di pochi anni lo spopolamento e l’abbandono di terre e delle case nella maggior parte delle aree interne del Sud potrebbe essere irreversibile. Scuole, attività commerciali e servizi minimi nelle aree interne vengono progressivamente meno; migliaia di piccoli comuni si stanno svuotando morendo in silenzio, sovrastati dal continuo affiorare di fantomatiche “questioni nazionali” su cui si giocherebbe la “vera” identità della nazione.

Migrazioni e aree interne: quale relazione?

Non c’è dubbio che nell’ultimo decennio la “questione nazionale” che ha fatto più rumore, che ha polarizzato di più l’attenzione e che ha suscitato (e resuscitato) opinioni più radicali sia stata relativa all’immigrazione.

È inutile dire che dati alla mano il discorso nazionale sulle migrazioni non tiene, soprattutto se si parla di Sud. Sarebbe pleonastico analizzare come l’afflusso di migranti nelle ultime due decadi, abbia tenuto in vita la morente struttura demografica e di forza lavoro del meridione altrimenti al collasso totale.

Questo assunto è una regola nelle aree agricole ad alta produttività del Sud, oramai basato in misura maggioritaria sull’estrazione di forza lavoro migrante. Ma è addirittura plateale nelle aree interne. In un comune di poche centinaia di abitanti, di cui gran parte pensionati, poche persone in più possono garantire che la scuola elementare rimanga aperta o che la salumeria del paese non chiuda i battenti. È questo l’assunto da cui parte il progetto della Rete dei Piccoli comuni del Welcome[3], un consorzio che al momento conta 29 comuni sotto i 5000 abitanti situati perlopiù nelle aree interne dell’Appennino. Questi comuni hanno immaginato il sistema d’accoglienza ai richiedenti asilo e rifugiati come una possibilità per tenere in vita i territori. Creando reti territoriali tra i vari comuni e cooperative di comunità che vedono la compartecipazione dei migranti accolti e dei locali, la rete dei piccoli comuni del Welcome crea posti di lavoro e si pone l’obiettivo di trattenere i migranti accolti sui territori provando ad invertire l’inesorabile trend negativo nelle aree interne del meridione.

Caso paradigmatico di questo modello di accoglienza è il comune di Petruro Irpino, paese di 300 abitanti dell’appennino campano in provincia di Avellino.

Il paese è diventato la punta di diamante di una rete di comuni dell’irpino e del beneventano e coinvolge le istituzioni locali, i cittadini e lo Sprar, uniti nell’obiettivo comune di contrastare lo spopolamento e generare economie sul territorio.

Ho avuto la possibilità di toccare con mano questo modello il 4 novembre, per la proiezione del documentario “La valigia di cartone”[4] di Giovanni Centrella, realizzato nell’ambito del progetto “PartecipAzione” 2019[5], dall’Associazione Irpinia Altruista[6].

Petruro Irpino: il modello “welcome”

Il documentario è un racconto del sistema di accoglienza nelle aree interne e della difficoltà a rimanere. Una difficoltà che coinvolge non solo i locali, ma i rifugiati stessi che, nonostante il grande coinvolgimento della comunità locale, lamentano le difficoltà a costruire una presenza radicata in territori così poco collegati con i centri urbani, stimolando le istituzioni ad ampliare l’offerta di servizi e infrastrutture.

Ciò che mi ha più colpito però è stato il partecipato dibattito che si è sviluppato a margine del documentario e che ha visto presente il sindaco e vari componenti delle istituzioni, lavoratori e alcuni ospiti dello SPRAR e tanti cittadini di Petruro Irpino.

Sorvolando sul tono e sulle difficoltà nella costruzione di un approccio realmente interculturale (a questo proposito c’è un intervento illuminante di Rosanna Siriginano sul Blog[7]), ciò che risaltava in quasi tutti gli interventi era il fatto che i locali esortassero continuamente gli ospiti dello SPRAR a non andare via. In alcuni interventi risaltava una vera e propria insofferenza per il fatto che i migranti finito il periodo di accoglienza scegliessero di non costruire percorsi stabili a Petruro Irpino.

Il dibattito è stato di una potenza incredibile. L’incontro ha chiamato in causa una serie impressionante di dimensioni interrelate del rapporto tra accoglienza e territorio: dal diritto alla mobilità dei migranti al patto sociale con la comunità locale fino all’infantilizzazione dei soggetti in accoglienza.

C’è però stata una questione ricorrente che ha dominato il dibattito e le esortazioni del locali nei confronti della famiglia siriana: la possibilità di diventare membri della comunità.

Un intervento ha riscosso parecchio successo ed è stato poi ripetuto da tanti; era rivolto all’uomo di origine siriana che ascoltava con la moglie e i 4 bambini, ed era tradotto dall’italiano al siriano in tempo reale: diceva più o meno così:

“A Napoli, a Milano o in Inghilterra hai più servizi è vero. Però qui i tuoi figli giocano con i miei figli e se hai un problema c’è sempre qualcuno a cui chiedere aiuto. Qui puoi diventare un Petrurese. Se vai via in una grande città sarai soltanto un nome su un citofono.

Se il ribaltamento del “prima gli italiani” arriva dalla Frontiera Sud.

Tanti degli interventi successivi hanno poi ripreso questa dicotomia tra il diventare petrurese e il rimanere un nome sul citofono. Che fosse una frase dettata da una reale volontà di condivisione o un’esortazione a non andare via per tenere aperta la scuola poco importa. A Petruro Irpino, un gruppo di cittadini, di certo non politicizzati né attivisti, ha cortocircuitato la retorica dominante in Italia non solo sulle migrazioni ma sulla stessa idea di identità.

A Petruro Irpino la pratica quotidiana dell’accoglienza e le alleanze tra componente migrante e locale mostrano in maniera cristallina il gioco dell’identità su cui ha fatto le fortune politiche (ed economiche) una determinata idea di nazione e di rapporto migranti/locali.

A Petruro Irpino l’accoglienza rimane un centro focale di costruzione dell’identità ma cambia di segno. Diventa strumento per includere, per “creare nuovi Petruresi”. Grazie a questo avamposto della rete dei piccoli comuni del welcome emerge così una lezione da manuale: per far vivere un territorio, la sua storia, la sua cultura, la sua stessa “identità”, è necessario che il territorio si apra all’altro, lo accolga, e si reinventi. Fuori da ogni retorica politica o divisione ideologica parlano i fatti: se oggi a Petruro Irpino ci sono bambini dopo decenni di impietosa “natalità zero” è perché si è deciso di voler incorporare lingue, tratti somatici, abitudini alimentari, pratiche religiose nuove.

Questa lezione non ha niente di straordinario: è il cardine degli studi sui processi di costruzione dell’identità.  Se ci suona strano è perché siamo intossicati da una narrazione sull’identità svuotata del suo significato relazionale e diventata uno strumento retorico per alzare muri, costruire distanze e amplificare le solitudini.

Se Petruro Irpino avesse abbracciato la retorica nazionale dominante sull’identità oggi starebbe agonizzando nel dimenticatoio della storia, vittima sacrificale della questione meridionale. Le rete dei piccoli comuni del Welcome ha invece reso possibile che Petruro Irpino, terra dell’Osso, da residuo della storia, da sopravvivenza destinata a scomparire, sia invece diventata un’apripista nel ripensare il rapporto tra migrazioni e territorio. Nella relazione quotidiana e nella costruzione di alleanze tra migranti e locali, Petruro Irpino ci dimostra che una visione della frontiera[8] come progetto di crescita dei territori è praticabile e può rappresentare una base per costruire alternative possibili all’abbandono e alla xenofobia.

Murales a Preturo Irpino

[1] https://www.orthotes.com/prodotto/il-sistema-di-accoglienza-in-italia/
[2] https://www.ibs.it/terra-dell-osso-libro-manlio-rossi-doria/e/9788888655116
[3] https://www.piccolicomuniwelcome.it/
[4] https://www.facebook.com/events/476621542941738/
[5] http://partecipazione.intersos.org/
[6] https://www.facebook.com/irpiniaaltruista/
[7] https://www.frontierasud.org/it/29-10-2019-rosanna-sirignano
[8] Inserire sul sito la vision di frontiera Sud e poi mettere il link

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