Società divise in Buoni e Cattivi

“Società divise in buoni e cattivi: negli inferni delle periferie cittadine sono in agguato i condannati di pelle scura, i colpevoli della loro povertà e con tendenza ereditaria al crimine: la pubblicità gli fa venire l’acquolina in bocca e la polizia li scaccia dalla tavola imbandita. […] Il carcere e le pallottole sono la terapia dei poveri. Fino a venti o trent’anni fa, la povertà era frutto dell`ingiustizia. Lo denunciava la sinistra, lo ammetteva il centro, raramente lo negava la destra. I tempi sono molto cambiati, in cosi poco tempo: adesso la povertà è il giusto castigo che si merita l’inefficienza. La povertà può meritare comunque la compassione, ma non provoca più indignazione” (Eduardo Galeano, Il mondo alla rovescia).

La natura traccia i suoi confini per modellare la forma e la materia di cui è composta nella rosa dei suoi elementi, il vento accarezza e scolpisce scogli e catene montuose, le piogge abbeverano laghi e torrenti, ardono le braci nel ventre dei vulcani. E’ triste constatare come la disastrosa forza dell’uomo possa non solo inquinarli e distruggerli, ma sovvertirli, per creare i suoi propri confini; i più vertiginosi  e scoscesi, sembra erigerli nel suo stesso campo, quello dei rapporti tra le forze sociali. Vengono erette barriere in nome dello sviluppo, della vivibilità, del decoro, della legalità..della sicurezza. A forza di smembrare ed inghiottire avidamente le linfe delle città e delle collettività, l’uomo si è rinchiuso in società atomizzate, individuali prive di stagioni, di astri e di scoperte. 

La paura di se stessi e dei propri simili, riesce a riportare nelle caverne la luce che permea le comunità, soggiogata ed imbrigliata da propagande di egoistico terrore. Così come in Platone, l’uomo arriva a scoprire se stesso ed il mondo non solo quando volge lo sguardo alla luce delle stelle e della luna fuori la caverna, non solo quando spezza il giogo delle sue catene di prigioniero, ma quando vince la paura della reazione dei suoi compagni e li libera per portarli alla conoscenza del mondo e della realtà. Da tempo sembra che la società italiana sia narcotizzata e sopita, barricata tra muri e frontiere, fisiche ed immateriali, tra povertà e ricchezza, bianchi e neri, periferie e città. E’ sul luogo della frontiera, sulla soglia, sul limes, che si gioca lo spazio della ferita dello scontro tra civiltà, laddove si costruiscono i falsi miti del terrore e del razzismo, là si può invertire la rotta, prendendo il possesso del timone. Le società così disintegrata impediscono il riconoscimento dei loro lineamenti, tratti e le specificità; le retoriche rompono le categorie, la liquidità permea l’analisi, rendendo tutto più distorto. Netta è però la forbice tra la ricchezza e la povertà, tra chi sfrutta e chi è sfruttato, tra chi detiene il potere e la conoscenza e chi ne è subordinato. 

Se solo ve ne fosse l’abilità e la capacità, tra le lame taglienti si potrebbe costruire un ricamo,  imbastire rapporti basati sull’incontro e sulla fiducia, recuperare un’idea umana di relazione sociale, per scardinare divisioni dettate da classismi, xenofobie e sessismi. E’il momento di praticarla e di condividerla con intensità.

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