Editoriale: Abitare la Frontiera Sud. Oggi più che mai.

Frontiera Sud APS
E’ da secoli che il
 meridione rappresenta la periferia dell’Europa. Oggi intere aree sono spopolate, i giovani non immaginano più un futuro e la popolazione invecchia. Stanno venendo irrimediabilmente meno le risorse intellettuali e sociali che permettono lo sviluppo e il cambiamento dei territori. Intanto ancora oggi, e nonostante la piena emergenza nazionale, sguardi esterni lo appiattiscono su stereotipi e luoghi comuni: il Sud lento, sfaticato, dove non funziona nulla. 

Poco più di un anno fa abbiamo fondato Frontiera Sud decisi a non rassegnarci a questa retorica. Noi, giovani precari già designati come carne da mandare al macello della carriera accademica o delle ambizioni del lavoro culturale da qualche parte del nord Europa abbiamo deciso di provare a mettere in crisi la presunta ineluttabilità della condizione nostra e del territorio che abbiamo vissuto o attraversato.  

Abbiamo provato a scrollarci di dosso gli stereotipi che guidano e spesso auto-orientano lo sguardo sul Meridione e ad elaborare un nostro modo di guardare. Uno sguardo a Sud e da Sud. 

Uno sguardo che materializza un Sud non come “paradiso abitato da diavoli” ma come centro di mobilità globale, dove nuovi mercati lavorativi e nuove rotte migratorie stanno producendo nuovi riferimenti sociali e nuove idee di spazio locale.  

Tra i gruppi delle diaspore, tra le associazioni delle cosiddette “seconde generazioni”, tra le organizzazioni di braccianti migranti c’è un’umanità che costruisce significati a partire da un posizionamento politico ed esistenziale definitoda un modo preciso di vivere quelli che definiamo come margini cioè i quartieri periferici delle nostre città, le scuole, i ghetti agricoli, i piccoli centri disseminati sull’Appennino. 

Questi riferimenti si incontrano, si scontrano, camminano in parallelo a vecchie idee di immaginare e ricreare lo spazio e l’identità locale. È in questa relazione che si è andata creando negli ultimi decenni la “Frontiera Sud”. 

Uno spazio fatto di contraddizioni, uno spazio difficile e spesso conflittuale, ma uno spazio che struttura e determina il presente. Uno spazio che fino a pochi mesi fa era tangibile per le strade, negli odori, nei colori, nei sapori così come nelle famiglie e nelle scuole multiculturali disseminate sul territorio. In questo spazio abbiamo vissuto e ci siamo nuovamente radicati con la nascita del nostro progetto. 

Il coronavirus, ha interrotto un modo di vivere. Lo spazio privato e il chiuso delle nostre case ha sostituito una quotidianità meticcia e collettivaUna quotidianità che non sappiamo quando e come potrà riprendere. 

In questi mesi ci siamo interrogati sul futuro del nostro progetto e su quello dei territori che attraversiamo. Ci siamo chiesti su cosa significasse abitare la frontiera ai tempi del “distanziamento sociale”, un termine che al momento sembra null’altro che una nuova e più potente declinazione di un sistema da sempre basato sulle solitudini.  

Nell’immobilità forzata dalla quarantena abbiamo allora cercato di solidificare alleanze con alcuni compagni di viaggio incontrati in questo anno di attività: con scambi, chiacchierate e ore trascorse insieme, abbiamo gettato i semi per agire sul presente e sul futuro della Frontiera Sud.  

I risultati cominciano a vedersi. Ma vogliamo continuare a confrontarci, a conoscere, stabilire connessioni e costruire alleanze: facciamo appello a chi come noi, a dispetto della collocazione geografica, dell’appartenenza religiosa, della classe sociale, del genere, abbia ancora voglia di non rassegnarsi al mantra del distanziamento sociale come forma di vita.  

Chiediamo a voi di contribuire a far crescere il nostro sguardo sulla frontiera (uno sguardo che rimanga sempre collettivo e meticcio) ma soprattutto aiutandoci a moltiplicare i punti di vista e ad ampliare le modalità di abitare la frontiera.  

1 commento su “Editoriale: Abitare la Frontiera Sud. Oggi più che mai.”

  1. Apprezzo la vostra impostazione. Io credo che se non si partirà proprio dalle periferie cittadine, suburbane, rurali, ecc. per costruire un modello socio-economico “sano”, il nostro Paese non raggiungerà un livello accettabile di “civiltà”… Sono napoletana (ma vivo da più di 40 anni nel Lazio pensionata ex preside)… Cioè, per esemplificare, finché ci sarà il caporalato di Latina, la situazione di Castelvolturno, di Rosarno, ecc. ecc. noi italiani non potremo considerare il nostro un paese civile…
    Bisogna capire che proprio sanando queste piaghe, che non riguardano solo immigrati, ma lavoratori e basta, si potrà ritornare ad avere fiducia nella politica…quella con la P maiuscola!

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