Vi racconto una mia giornata tipo e quello che osservo

Uno dei doni più grandi che mi hanno regalato gli studi universitari, in particolare le scienze sociali, è lo sguardo consapevole. Guardare in modo consapevole significa prima di tutto sapersi collocare nello spazio e nel tempo rispetto ai fenomeni che si osservano. Di conseguenza i racconti, le opinioni, le riflessioni che scaturiscono dall’osservazione della realtà non sono mai verità assolute, ma solo punti di vista. Non tutti i punti di vista, però, sono equivalenti, un conto è essere seduti in platea, un altro è stare all’ultimo posto in galleria con un uomo alto due metri che ci costringe a spostare continuamente la testa per vedere il palcoscenico. Spesso litigi, incomprensioni, malintesi scaturiscono proprio dall’incapacità di ricordare che ognuno di noi guarda il mondo da una prospettiva diversa, perché non vi è alcun corpo che occupa lo stesso spazio di un altro. L’empatia potrebbe essere un antidoto alle asimmetrie di potere nelle relazioni, se conosciuta e praticata con la fatica che richiede. Quando pensiamo a rapporti gerarchici nelle relazioni, tendiamo ad immaginarci un capo dispotico che tratta con disprezzo il proprio dipendente, un marito autoritario e geloso che ha assoluto controllo della vita della moglie, un dittatore spietato che vessa il suo popolo con misure repressive. Il potere e la dominanza sono spesso declinati al maschile e associati a forme più o meno esplicite di violenza. Lo sguardo consapevole, quello acquisito tramite lo studio della storia mediorientale e nordafricana, della sociologia delle relazioni interetniche, dell’antropologia culturale, delle teorie di genere etc. mi fa vivere le mie giornate come una sorta di osservazione partecipante full-time. Vi racconto dunque una mia giornata tipo e quello che osservo, mentre il mondo intorno a me parla, cammina, ride, piange, sbuffa. In particolare mi soffermerò sulle relazioni umane declinate secondo logiche di potere e di dominanza di una parte sull’altra, nascoste in luoghi nascosti, poco visibili ad uno sguardo superficiale. Lo farò attraverso aneddoti tratti da avvenimenti realmente accaduti, di cui sono stati cambiati contesto e nomi di persona dei protagonisti, per tutelare la privacy delle persone coinvolte (ecco anche quest’ultima affermazione me l’ha insegnata l’accademia).

In fila al supermercato mi sento chiamare. È Lucia, una donna sulla cinquantina, un tempo mia vicina di casa che non vedo da almeno dieci anni. Con lei c’è Abdou, che a me sembra un uomo giovane, alto e robusto. Lei me lo presenta cambiando il tono della voce, imitando la voce acuta di una bambina. Mentre pronuncia il nome del suo accompagnatore mi chiede sorridendo: “Dì la verità non è tanto bellino il mio amichetto Abdou?” e gli accarezza il viso come farebbe con un bambino di quattro anni. Sono imbarazzata, vorrei sprofondare, non rispondo e lei mi porge nuovamente la domanda. Mi limito a sorridere nell’impossibilità di spiegarle che trattare un uomo adulto alto il doppio di lei come un bambino piccolo è una spregevole forma di razzismo. Faccio una domanda ad Abdou, gli chiedo “dove abiti?”, così per rompere il ghiaccio. Lucia risponde al suo posto dicendomi che per il momento lui è ospite a casa sua, e mi elenca tutta una serie di ottime azioni che ha fatto per aiutarlo ad ottenere documenti e a condurre una vita dignitosa. Come dirle che Abdou ha una sua voce e un suo pensiero autonomo e che rispondere al suo posto è un atto di prepotenza? Con lo sguardo cerco di farle capire che sono seccata e con fatica provo ad iniziare una conversazione con Abdou. Di nuovo lei risponde al suo posto, giustificando il fatto che il suo “amichetto” non parla ancora bene l’italiano. Così comincio a parlargli in inglese e finalmente riesco a sentire il suono della sua voce.

“Muhammad ti ho detto tante volte che agli appuntamenti si arriva in orario! Se arrivi tardi anche la prossima volta, non ti consegno il pocket money per una settimana!” Urla l’operatrice di accoglienza di un CAS in provincia di Napoli. Io osservo in silenzio Muhammad che abbassa la testa e mortificato mormora “Va bene!” Mi ricorda un po’ quando mia mamma da piccola mi sgridava e mi minacciava con punizioni varie tipo “non guarderai i cartoni animati per una settimana.”

L’infatilizzazione dei migranti è un tema abbastanza diffuso nella letteratura e tra le persone che si occupano di queste tematiche. Molto spesso ci si rivolge ai migranti come se fossero bambini piccoli non autonomi, la mia domanda è: forse c’è qualcosa da mettere in discussione anche nel modo in cui ci relazioniamo ai bambini?

Chi è un bambino per l’adulto? È un essere umano piccolo, non autonomo, da sorvegliare, controllare educare. È un piccolo essere umano che non ha ancora imparato molte regole sociali, che spesso combina guai e a cui noi dobbiamo insegnare tutto. Tra adulti e bambini, qualsiasi sia il rapporto tra i due si crea spesso un rapporto asimmetrico. Gli adulti sono in alto in una posizione di dominanza e i bambini in basso, in una situazione di costante dipendenza e sudditanza.  I bambini hanno solitamente poca scelta di muoversi, di pensare e di decidere da soli, in un’eterna attesa di diventare abbastanza grandi per essere se stessi. Se non rispondono ai comandi, gli adulti urlano, minacciano, si arrabbiano. Se non riescono a fare qualcosa, gli adulti sono pronti a farla al loro posto, credendo di aiutarli, di fare loro del bene. In realtà così facendo non si fa altro che acuire il senso di dipendenza. L’adulto/il bianco privilegiato è colui che dà, il bambino/migrante povero è colui che riceve. E se ribaltassimo questa visione? E se pensassimo a tutto quello che i bambini ci regalano ogni giorno con la loro presenza, le loro critiche, i loro sguardi? Se piuttosto che sentirci superiori, più grandi, ci sentissimo semplicemente più responsabili? Se provassimo a pensare ad un rapporto di cooperazione e non di dipendenza? Se sviluppassimo una gratitudine immensa verso chi si trova in una situazione di vulnerabilità, cosa accadrebbe? Accadrebbe che tutte le nostre certezze si sgretolerebbero sotto il peso della messa in discussione. Accadrebbe che perderemmo il nostro potere, che tanto abbiamo desiderato per sentirci al sicuro. Ci sarebbe una grande rivoluzione umana che scuoterebbe le società in cui per anni ci siamo sentiti a nostro agio. Ogni giorno dovremmo fare attenzione alle parole e ai gesti che compiamo nei confronti degli altri. Dovremmo faticare per sviluppare una vera cultura del rispetto e dell’uguaglianza fra gli esseri umani tutti. Dovremmo disimparare tutto, distruggere e ricostruire. Dovremmo cambiare completamente le nostre priorità. In poche parole: dovremmo essere liberi.

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