“I can’t Breathe”. Ovvero la necessità di respirare

L’omicidio di George Floyd non è soltanto una delle più schiaccianti ripresentazioni di una società razzista. È il paradigma di una struttura di dominio. Una struttura di dominio che prevede che una determinata parte della popolazione possa arbitrariamente smettere di avere diritti.  

In questi giorni negli Stati Uniti montano le proteste e la frase di George Floyd “I can’t breathe, già diventata tristemente famosa nel 2014 dopo l’assassinio di Eric Garner1, è ritornata ad essere un simbolo.  Il poliziotto che schiaccia la gola di Floyd sull’asfalto è il simbolo della segregazione, delle umiliazioni, dei trattamenti differenziali, della violenza che parte di una società esercita sull’altra. Violenza che rinchiude spazialmente (nei ghetti) e mentalmente, che rende le vite di delle persone nere in America asfittiche. 

L’omicidio di George Floyd mette in gioco una questione primaria: se la razza, così come classe sociale e genere, costruiscono le forme attraverso cui si è storicamente costruito un accesso differenziale ai diritti, sembra palese che il dominio di classe, di razza e di genere passi per il controllo stesso dell’aria. 

Demonstrators in Miami stand with tape reading, ” I Can’t Breathe,” in 2014. The protest occurred after a grand jury in New York City declined to indict the police officers involved Eric Garner’s death. Foto di Joe Readle

Alcuni esempi: 

  • Uno degli effetti delle politiche di integrazione europea è stato quello di rendere il Mediterraneo una delle più insanguinate frontiere della terra: una frontiera dove si muore perché non si riesce più a respirare. Il controllo del respiro, inoltre, è uno degli strumenti più utilizzati dalle guardie di frontiera per “scovare clandestini” attraverso le frontiere terrestri. Come si vede nel film “Welcome”2, è prassi che migranti irregolari riportino danni irreversibili o muoiano per asfissia a causa delle buste di plastica che stringono in testa per bloccare il tracciamento del respiro nel tentativo di attraversare le frontiere.  
  • Il controllo del respiro è allo stesso tempo una delle modalità più comuni attraverso cui si manifesta la violenza di genere. La costrizione delle libertà, il senso di asfissia nel tentativo di dominio sulla donna non è soltanto figurato. Secondo le sentenze, 18% dei femminicidi in Italia avviene per strangolamento, che risulta essere una delle modalità più diffuse.  
  • L’aria e la sua irrespirabilità rappresentano uno dei motivi principali della mancanza di diritti per i gruppi più poveri. Nelle periferie del “villaggio globale” (sia in Occidente che nel resto del Mondo) il ricatto lavoro/salute (che in Italia ha i suoi casi emblematici con l’ILVA a Taranto o con le Fonderie Pisano a Salerno) passa per gli “odori di morte” che fuoriescono dalle ciminiere.  
  • Infine è comune che chi non trovi l’aria giusta, chi non abbia un’area di vita, si tolga letteralmente l’ossigeno. Il suicidio per asfissia è uno dei più comuni. Bruno Bettleheim, superstite dell’Olocausto si chiedeva: “Perché proprio io su sei milioni di ebrei mi sono salvato?” Non è riuscito a trovare una risposta. E ha infilato la testa in un sacchetto. 


Lo slogan 
“I can’t breathe” che sta facendo il giro del mondo sembra palesare lo sbilanciamento delle forze in campo. Una necessità vitale si presenta come una richiesta diretta a qualcuno. Qualcuno che possiede il diritto di darti o toglierti la possibilità stessa di respirare.  

In realtà è la più potente forma di mobilitazione possibile. Se il respiro è condizione necessaria per la vita, “i can’t breathe” diventa la forma di coinvolgimento di chi sperimenta “l’asfissia” quotidianamente. Di chi è segregato, di chi subisce violenza, di chi vede i propri cari arrestati, ammazzati o morti di cancro, di chi è discriminato sul luogo di lavoro, di chi il lavoro lo perde, e anche di chi deve quotidianamente sottostare a commenti, battute o sguardi perché povero, razzializzato o donna.  

“I can’t breathe” rappresenta una molla ad agire per necessità. Un’espressione che non prevede compromessi. can’t breathe” richiede che la situazione cambi, e che cambi ora. In caso contrario come si vede nel video di George, si muore. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *