Iniziazione e coronavirus

I popoli “primitivi” (che primitivi non erano, ma questa è un’altra storia) possono insegnarci qualcosa in merito all’esperienza collettiva di “sospensione” che stiamo vivendo. Nella loro vita sociale era prevista una fase rituale più o meno lunga (da pochi giorni a qualche anno) che gli antropologi hanno chiamato “iniziazione”. Cioè una “azione” per “iniziare” qualcosa di nuovo: la condizione di adulto, di guerriero, di capo, di donna fertile. 
Il rituale prevedeva l’eliminazione di tutto ciò che si era stati fino a quel momento. In alcuni casi attraverso una drammatica riduzione ad uno stato di “natura” vicino alla morte stessa o a una specie di pre-umanità (per esempio spogliarsi degli abiti, abbandonare le abitudini consuete, sporcarsi di terra, di cenere, ecc.): una radicale cancellazione dell’identità precedente, per acquisire una nuova identità. 
La fase centrale dell’iniziazione è stata chiamata dagli antropologi “liminalità”. Parola che viene da “limen”, che in latino era la “soglia”. Stare sulla soglia equivale a uno stare né dentro né fuori, in un passaggio (appunto sulla soglia). Non si sta dove si stava prima, non si sta dove si starà dopo. Oppure: non si è ciò che si era prima, non si è ciò che si sarà dopo. 
Ciascuno degli “iniziandi” era chiamato a una prova di forza, di coraggio e di sopportazione del dolore (inflitto nel rituale). Si sarebbe diventati quella nuova persona solo dopo aver attraversato la fase di sacrificio, prova, rinuncia, sofferenza. 

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Ecco il cuore di ciò che i popoli “primitivi” possono offrirci ora come insegnamento: come la loro iniziazione, noi pure stiamo attraversando una fase liminale di iniziazione. Non siamo più quelli di prima del virus (stretti, a volte costretti, costipati nelle nostre case, impossibilitati alla normalità delle relazioni sociali e lavorative), non siamo ancora ciò che saremo dopo il virus (perché ci sarà un dopo virus). Siamo in una condizione liminale, basata su sacrificio, prova, rinuncia, sofferenza. E ciascuno di noi, individualmente, è chiamato a resistere, sopportare. Durante la fase “liminale” non si può fare altro. Chi non resiste si mette automaticamente fuori della società. Per loro come per noi, non c’è alternativa. Per loro come per noi, per stare meglio dopo. 
Ma cosa diventeremo quando ne usciremo? Quale sarà la nostra futura “identità”? E qui ci distacchiamo dai popoli “primitivi”. Loro sapevano cosa si sarebbe diventati dopo, noi non lo sappiamo. Loro immaginavano un flusso temporale di tipo circolare (si andava dove erano andati gli antenati, in una ripetizione circolare che il rituale prometteva, anche se non garantiva), per noi la storia è lineare, come una freccia che corre (si va verso l’ignoto, il nuovo, l’inedito). 
È proprio questa incertezza che rende forse più difficile la nostra iniziazione, la nostra liminalità. Incertezza che non è solo paura del contagio, ma anche di ciò che ci aspetta dopo, nella nostra vita. Che tutti sappiamo non potrà essere quella di prima (e proprio per questo avvertiamo che stiamo “iniziandoci” a una nuova identità). 
Non ho la sfera di cristallo. Non posso guardare il futuro con la stessa chiarezza con cui guardo la tastiera su cui scrivo. E dunque è meglio che mi fermi qui (potrei azzardare due o tre riflessioni, ma forse è meglio di no. O magari qualcuno può propormi le sue). 
Torno però all’iniziazione che stiamo attraversando. Per aggiungere tre punti. 
Il primo. Non facciamola tanto pesante. Ci viene chiesta una liminalità di alcune settimane. C’è chi combatte per la vita con questo virus. Che chi rischia fino alla morte per aiutare chi combatte per non morire. Non facciamola tanto pesante, noi cui viene chiesto solo di stare a casa. Per qualche settimana. D’accordo è pesante, ma non facciamola pesante più di quanto non lo sia. 
Il secondo. La vera difficoltà non è quella che viviamo oggi (nella liminalità), ma ciò cui la nostra iniziazione ci sta preparando (o dovrebbe prepararci): le enormi responsabilità che avremo (che ciascuno di noi avrà individualmente, senza deleghe ad altri) di riflettere, di decidere, di agire. Come cittadini e come esseri umani. Il mondo nel quale stiamo per entrare è del tutto inedito, sconosciuto. Potrà essere plasmato in un modo o in un altro. Dopo la Seconda guerra mondiale il mondo fu ricostruito. Ma c’era un modello di riferimento, quello delle società democratiche prima delle grandi dittature. Il mondo che abbiamo davanti non ha modelli. Dovremo costruirlo tutti insieme, decidendo ciò che vogliamo essere: cittadini ed esseri umani oppure sudditi e cloni. La liminalità che stiamo vivendo deve prepararci alle grandi sfide a cui saremo chiamati. E tra i tre livelli — riflettere, decidere, agire — io pongo l’enfasi soprattutto sul primo: riflettere. Perchè è più difficile degli altri due (a decidere e agire bastano le emozioni. Che magari ci portano ad errori. A riflettere ci vuole un sacco di altra roba). 
Il terzo. Durante l’iniziazione dei “popoli primitivi” agli iniziandi venivano rivelati i “segreti” della comunità, i simboli centrali. Insomma, attraverso i modelli e gli eroi culturali che li avevano preceduti, veniva loro insegnato come avrebbero dovuto comportarsi quando ne sarebbero usciti. Si chiedeva loro di ascoltare, imparare. Anche questo è un modello cui possiamo riferirci. Potremmo ascoltare, in questo periodo, imparare. Leggendo per esempio. Di tutto sì, però ricordando che non tutti hanno cose da dire. Che molti parlano solo perché non riescono a tacere. Ma che non hanno niente da dire. E che provare ad ascoltare coloro che veramente hanno cose da dire è più utile che prestare orecchio a chiunque. Sarebbe anche un modo per difendersi dalle fakenews per esempio, dalle teorie cospirazioniste, che non servono altro che a diffondere panico e a incattivire gli animi (già tanto incattiviti nei mesi scorsi). Cioè sarebbe un modo per vivere meglio questa liminalità, liberandosi dal livore e dal panico. Noi dobbiamo riprendere ad ascoltare chi ha studiato, chi ha competenze, chi ne sa più di noi. Non è vero che poiché tutti parliamo, siamo tutti sullo stesso piano, no. Un virologo ne sa più di me e di noi sul virus. E così deve tornare ad essere in futuro in tutti i campi. Un esperto ne sa più di chi non è esperto. Poi sarà la politica — cioè noi cittadini — a decidere. Ma prima la parola va agli esperti. Il mondo che disegneremo sarà un passo più avanti dell’attuale o molti passi più indietro. 

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