La fobia della maschera

In Europa, e in particolare nei paesi cosiddetti avanzati, ci è voluto tempo per accettare la funzione protettiva delle mascherine. In Germania fino a poche settimane fa la maggioranza delle regioni era contraria all’obbligo di portarle in pubblico. E anche gli istituti di salute e di epidemiologia, tra cui il famoso Robert Koch Institute, per tante settimane non trovavano una linea comune. Allo stesso tempo però, il successo, temporaneo che fosse, della politica di contenimento del virus nei paesi sudestasiatici veniva sempre accompagnato dall’icona della mascherina. Anche se le statistiche non permettono di attribuire i risultati esclusivamente alle mascherine, resta comunque l’ipotesi che un comportamento che le adotti sia il più efficace.  
Perché questa differenza? Perché questo ritardo? 
Sembrava – e ne abbiamo scritto Erhard Schüttpelz ed io (https://www.merkur-zeitschrift.de/2020/04/06/die-ueberwindung-der-maskenphobie/)  – che il dibattitto occidentale echeggiasse un sentimento inespresso di superiorità nei confronti dell’Est asiatico: gli “altri” possono avere volti come maschere ma noi questo non lo sopportiamo. Se, come ci dicono gli umanisti, la maschera una volta si riferiva alla ‘persona’, attraversata dalla voce quasi come se fosse un mezzo di “proiezione orale”, noi oggi siamo tutti individui e non possiamo rinunciare a farci riconoscere dai nostri lineamenti.  
È questo forse il motivo per cui, inizialmente, si insisteva sul messaggio di dover stare a casa, mantenere una distanza di almeno due metri e lavarsi regolarmente le mani. Stare a casa significava proteggere se stessi e gli altri. Così rimbalzava il credo liberalista divenuto esistenziale – ognuno pensi prima a se stesso, così si massimizza il benessere di tutti.  
E intanto sorgevano proteste sia da destra sia da sinistra. La distanza, infatti, tanto per conservatori che per progressisti, rompeva l’idea di uno spazio di appartenenza, pensato per forza di cose come collettivo. Alcuni si riferivano persino alla dimensione escatologica di quello che stava per accadere – come è successo per quanti sono rimasti colpiti dalla preghiera solitaria del Papa in piazza San Pietro, con i semafori gialli lampeggianti a portata d’occhio, in una città deserta: Roma abbandonata, il suo spazio urbano archeologicamente nudo, è forse una delle icone più evocative della pandemia in occidente perché simula la distopia (per alcuni l’utopia) di un mondo senza esseri umani.  
Tutto questo ci dice che la calamità del virus è stata da “noi” vissuta come evento privato o come presagio apocalittico – in ogni caso interiorizzabile (o nella propria casa o nelle immagini). Anche la cancelliera tedesca ha affermato: “Al momento soltanto il distanziamento è espressione di solidarietà.” Davvero? Ma non ci hanno sempre insegnato il contrario, cioè che assistenza e solidarietà dipendessero dalla nostra capacità di distacco da noi stessi? 
E qui torniamo al discorso della maschera. E partiamo da alcune delle difficoltà.  
Indossare la mascherina per noi occidentali doveva essere innanzitutto un atto di autoprotezione. Si tenga conto che il termine tedesco Atemschutz – che significa letteralmente protezione di respiro –, è ambiguo nel senso che può significare anche proteggere gli altri dal proprio respiro: e questo era un fatto che noi tutti dovevamo imparare. Allo stesso modo ci dovevamo abituare agli sguardi degli altri che nelle prime settimane della pandemia e in circostanze in cui non vigeva il totale lockdown – quindi sempre nei paesi cosiddetti avanzati come nel nord Europa o in Inghilterra – ci ritenevano pericolosi scambiandoci per persone afflitte dalla malattia da cui ci si doveva proteggere oppure da cui speravamo di essere protetti. 
Erano situazioni ambigue in quanto il portatore della mascherina rappresentava un pericolo per la situazione pubblica ma, nello stesso tempo, soltanto così poteva salvarla. Mascherarsi è diventata quindi una decisione, un evento, una piccola avventura. In ogni caso ci ha portato fuori dall’ovvio e dalla norma. Ma per quale motivo? E quali sono le norme delle società asiatiche per cui è naturale indossare le mascherine?  
Evidentemente le società asiatiche partono da un presupposto completamente diverso: proteggi gli altri e sarai protetto/a anche tu. Era un presupposto strano che poteva anche avere delle conseguenze draconiane: i primi cinesi mascherati che vedevamo, tra cui anche turisti, suscitavano sospetto e pure violenza fisica. Nei giornali si leggevano commenti del tipo: loro sono presuntuosi, vengono da noi, non vogliono respirare la stessa aria, temono di mischiarsi… In pochissimi ne riconoscevano il senso di responsabilità. E neanche mesi dopo noi occidentali abbiamo sviluppato una consuetudine alle mascherine. 
Forse la ragione è che prima della pandemia nelle nostre terre i soliti mascherati rappresentavano i malati gravi o terminali che abitualmente non si vedevano, o si trattava di pazzi o di persone che segnalavano altri pericoli che mettevano a rischio la nostra vita e i nostri averi come i ladri, ad esempio. Oppure pensiamo al divieto di camuffarsi, discusso soprattutto nel contesto del terrorismo islamista. L’uso della maschera si legava così alla perdita della faccia. E questo valeva pure per la maschera nel contesto medico perché poneva la domanda chi metteva in pericolo chi: una situazione che continua a imbarazzare e a richiedere ulteriori chiarificazioni. 
Nei paesi del Nord ammettere di essere pericolosi, e quindi portare una maschera, è una pratica circoscritta che appartiene ai rituali “liminali” come Halloween, il Klausentreiben del 6 dicembre quando i ragazzi che si mascherano da animali selvatici e vanno per i villaggi picchiando gli adulti oppure per il Carnevale. Altrimenti chi è in pericolo verrà visto come una minaccia.  Quindi meglio che stia a casa. 
Una società che nel caso di pericolo esprime solidarietà in modo riflessivo, al punto da riconoscere di essere costituita da rappresentanti di un pericolo, ci è completamente estranea.  
Al contrario, per molte società asiatiche indossare la maschera significa svolgere una funzione civilizzante, soprattutto in un periodo di crisi sanitaria come quello attuale. Per loro la nostra insistenza su un unmarked state dovrebbe essere un segno indubitabile della nostra perdita di faccia. 
E non possiamo tacere della nostra preoccupazione di occidentali per quel che riguarda la combinazione tra mascherine e data tracking: una combinazione ovvia, nel senso che anche i dati elettronici sono una nostra maschera, quella sociale, come lo sono i dispositivi elettronici. Tante maschere materiali dietro le quali ci nascondiamo per mostrarci così come vogliamo essere visti. Ma nascondere la personalità individuale dietro un obbligo generale, nel riguardo e nel rispetto verso gli altri, potrebbe essere inteso come riconoscimento di una società che rende possibile e garantisce ogni singolo uomo. 
A questo punto ed essendo arrivati all’apice (speriamo) della prima ondata pandemica ci dobbiamo chiedere: su cosa si basa il cambio paradigmatico tra i comportamenti “asiatici” e quelli “occidentali” osservati nelle ultime settimane? 
In primis bisogna costatare che la Slovacchia, la Repubblica Ceca, l’Austria e, soprattutto, l’Italia hanno reagito obbligando i propri cittadini a indossare le mascherine. La stampa internazionale si è meravigliata dell’ordine, della pazienza, delle lunghe code senza lamenti… insomma della disciplina italiana. Bisogna però tener conto che nella società italiana, in gran parte segmentaria, è molto radicato ciò che gli antropologi definiscono come “principio di anzianità” che consiste nel fatto che gli anziani hanno il controllo delle risorse sociali e simboliche. Ciò permette di creare un ordine, di stabilire regole e gerarchie, priorità e precedenze, abbastanza rapidamente: e questo è senz’ombra di dubbio un grande vantaggio in tempi di crisi. 
Detto questo bisogna anche considerare che la spiegazione del cambio di paradigmi si deve astenere da ogni tipo di culturalismi. Mentre dovremmo cercare in quelle esperienze che siamo soliti attribuire all’Est e a quei valori delle nostre civiltà o forse delle civiltà in generale. È qui ci viene in aiuto Claude Lévi-Strauss. 
Riferendosi ai sistemi educativi studiati in Brasile, ha scritto che anche per educare gli adulti esistevano due modi contrastanti. (E nessuno potrà negare che l’obbligo delle mascherine non abbia anche un’intenzione educativa, sia per questa pandemia o per quelle future). Lévi-Strauss osserva che le società amerindiane (il riferimento etnico in questo caso importa poco) non partivano dalla premessa che l’“inferno sono gli altri”, come sosteneva invece Jean Paul Sartre (I sequestrati di Altona) ma era vero il contrario: “l’inferno siamo noi”. E ci tiene a sottolineare che in ogni bambino come in ogni adolescente e in ogni adulto ci sono delle forze pronte ad allearsi coll’esterno per devastare oltre al mondo circostante anche l’intero cosmo. Per questo motivo le buone maniere servivano non per proteggere il singolo dall’assalto del mondo ma per aiutarlo a valutare bene le proprie forze, per proteggere loro e se stesso da se stesso. Leggiamo Lévi-Strauss: 

Se domandassimo oggi a molti genitori perché proibiscano di bere il vino ai bambini, tutti risponderebbero certamente con le stesse argomentazioni: il vino, direbbero, è una bevanda troppo forte… Ma questa spiegazione è piuttosto recente, poiché, dall’antichità fino al Rinascimento e oltre, è stato proibito il vino ai fanciulli per motivi esattamente opposti… si considerava il fanciullo troppo forte per il vino. 

Se ha ragione Lévi-Strauss anche le società europee ed occidentali hanno vissuto un periodo durante la quale, simili alle società asiatiche di cui abbiamo fatto cenno, tenevano alle buone maniere di ciascun membro per corazzare gli altri contro la spavalderia e contro il rischio spontaneo. Se fosse così bisognerebbe recuperare questo modello culturale dall’oblio e forse si rivelerebbero utile per tutti le riforme istituzionali e sociali che occorreranno dopo la crisi. 
In questa ottica indossare delle mascherine per proteggere gli altri dal proprio respiro è un buon esercizio di civilizzazione e che risulta in linea con le parole apocrife attribuite postume a Mohandas Ghandi: “Western Civilization? It would be a good idea!!”.  

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