Oltre la porta: la migrazione attraverso le parole di Mohsin Hamid

Nel 2017, Einaudi pubblica, nella traduzione italiana di Norman Gobetti, Exit West. Un faro per chi si occupa di migrazione in ambito letterario, il romanzo dello scrittore pakistano Mohsin Hamid racconta la storia di Nadia e Saeed, due giovani che si incontrano e si innamorano luno dellaltra in un paese innominato che, dopo poche pagine dallinizio, viene sconvolto dalla guerra civile. Costretti alla fuga, partono alla ricerca di un luogo che li accolga, passando da Tokyo alla California, dalle incantevoli spiagge di Mykonos al vento freddo di Londra. 

Impariamo a conoscerli dai dettagli: in un paradosso solo apparente, la tunica nera di Nadia ci parla del suo tenace desiderio di libertà e della sua intelligenza ostinata. Nel rapporto con il padre anziano, scopriamo la natura di Saeed, un giovane uomo malinconico e di buon cuore, sostenuto nelle difficoltà da una fede incrollabile. 

La loro relazione viene descritta attraverso unordinaria successione di eventi. Dallossessione dello stare insieme alla lontananza emotiva, fino alla separazione vera e propria. Hamid dipinge due figure, interessanti proprio nella loro indiscutibile normalità”. La figura del migrante radicata nellimmaginario occidentale, dipinta dai media con le tinte dellextra-ordinario, viene indebolita e finisce per rivelarsi nella semplicità di quello che realmente è o può essere: una donna vivace e combattiva, come Nadia; un uomo pacato e affidabile, come Saeed. 

Come tipico dei grandi romanzi, Exit West tiene insieme più dimensioni che muovono dal particolare alluniversale e viceversa. Accanto a quelle di Nadia e Saeed, nel sottotesto del romanzo, riecheggiano le voci delle migliaia di uomini e donne che ogni giorno si spostano da un luogo allaltro, in cerca di un paese che si dimostri capace di appagare le loro necessità e i loro desideri. 

La narrazione non si interrompe mai; il pensiero dellautore non è chiuso in ridondanti digressioni, ma attraversa in modo capillare tutto il materiale narrativo, esaltandone il significato. 

A un certo punto del racconto, Saeed, assorto in preghiera, si sente avvolto da un sentimento di empatia verso lumanità intera. Pochi istanti dopo, la mente del giovane è attraversata da un pensiero epifanico: «La natura fugace del nostro essere qui». Con queste parole, è svelata lambizione politica del romanzo. In questo passaggio la messa a fuoco si allarga: è la vita stessa a essere concepita come ununica gigantesca migrazione. Hamid riflette sulla condizione umana e ne pone in rilievo il carattere transitorio. Laffresco che ne dà mostra lintera esistenza come una manifestazione definita, nello spazio e nel tempo. Quello che vuole dirci è che immobilità e permanenza non fanno parte della vita. 

In un altro luogo del testo, le parole di una donna anziana di Palo Alto riprendono il concetto: «Tutti emigriamo anche se restiamo nella stessa casa per tutta la vita, perché non possiamo evitarlo. Siamo tutti migranti attraverso il tempo». 

Un punto di vista inedito caratterizza ogni aspetto della narrazione, a partire dal viaggio, lelemento che immaginiamo posto al centro di ogni romanzo di migrazione. Hamid non perde occasione per sorprenderci: in Exit West non c’è nessun viaggio, nessun racconto di sfiancanti pellegrinaggi. La descrizione è mutilata attraverso lintroduzione di un espediente narrativo fantastico; per muoversi da un luogo a un altro, Nadia, Saeed e i loro compagni si limitano ad aprire delle porte, al di là delle quali si rivelano, come dincanto, mondi inattesi. Infinite sono le porte, infinite le destinazioni. 

Sostituire latto dello spostamento con un elemento metaforico aiuta Hamid a rifuggire le convenzioni tipiche del genere letterario, rinunciando così a un espediente che arricchirebbe facilmente di pathos tutta la narrazione. Le fatiche naturalmente riconducibili a un viaggio fisico, lasciano posto alle sofferenze emotive dellattraversamento. 

Porte magiche che si aprono e si chiudono fanno sì che Exit West, pur restando un romanzo di urgente attualità, desideroso di parlare al mondo che gli è contemporaneo, diventi anche una fiaba, un romanzo fantastico che ci conduce fuori dal luogo e dal tempo, così come li conosciamo. 

Lespediente della porta  oggetto di uso quotidiano che ha il solo compito di mettere in comunicazione porzioni differenti di mondo – serve a sottolineare quanto il viaggio sia connaturato allesperienza umana. Accostare alla quotidianità unesperienza peculiare rende accessibile il concetto senza comprimerne la complessità. 

Hamid trova una retorica nuova che, disorientando il lettore, lo avvicina alla comprensione; questioni da sempre causa di conflitti e di scontri ideologici, come lerezione o lo smantellamento di muri e frontiere, vengono risolte da un affascinante gioco di movimento. 

Limmagine delle porte, che rivelano panorami sempre differenti, caratterizza lestetica del romanzo, arricchendola di fantasie suggestive di colori e atmosfere. 

Astuta la scelta autoriale di non rivelare mai il nome e, con esso, le caratteristiche socio-culturali ed economiche del paese natale di Nadia e Saeed. Leffetto di straniamento, provato dai due giovani e empatizzato da chi legge, è amplificato in modo straordinario. Sebbene parte della critica vi abbia intravisto la città di Lahore, dove nasce lautore, la soluzione di nascondere lidentità del luogo da cui partono Saeed e Nadia impedisce al pensiero di semplificare le sfumature della realtà, riconducendole a polarità opposte: da una parte, chi abita il luogo dove è nato; dallaltra, lo straniero, costretto nel ruolo subordinato e strumentale di alterità. 

Inoltre, linconoscibilità del luogo natale riflette il sentimento di straniamento che, troppo spesso, impedisce ai migranti di trovare un posto nel mondo da poter concepire e interiorizzare come proprio. Come accade nella realtà, il mancato senso di appartenenza finisce per caratterizzare sia il luogo di destinazione, in cui la precarietà degli strumenti di inclusione rallenta la nascita di un sentimento comunitario, che quello di partenza, relegato alla sfera affettiva del ricordo. 

Racconti frammentati di individui dislocati in ogni parte del mondo, dallAustralia a San Diego, da Tijuana a Amsterdam, confondono ulteriormente la geografia visionaria del romanzo. 

Elicotteri come uccelli allarmati nel cielo, telefoni come antenne che fiutano un mondo invisibile e  social network come strumenti per acquistare allucinogeni. Alleffetto di annebbiamento contribuiscono i rimandi nel testo a un impiego della tecnologia inafferrabile nella sua logica: la dimensione temporale si perde, è difficile capire se si tratti di una visione distopica del futuro, di un presente alternativo o alterato. 

Exit West non inciampa in stereotipi: costruisce un universo narrativo originale in cui le diversità si specchiano e si riconoscono luna nellaltra. Il tema cardine della contemporaneità si risolve in una narrazione in cui sfuggono i confini di luogo e di tempo; la paura di fuggire da casa è descritta dalle tenerezze di un amore giovane e fresco; un crudo spaccato di realtà prende i contorni di una fiaba dai caratteri fantastici. 

Pur evitando i cliché della cosiddetta letteratura sensibilizzatrice, Mohsin Hamid reca a essa il suo più grande contributo. Un romanzo efficace che centra in pieno lobiettivo con parole potenti che non bastano per liberare le frontiere, ma contribuiscono a mostrarle per ciò che sono: luoghi di passaggio e di scambio, porte che devono restare aperte. 

 

 

 

 

 

*Giulia Busso, 26 anni, lavora presso Triennale Milano nel ruolo di Content Editor. Appassionata di arte e letteratura, si è laureata in Lettere Moderne allUniversità degli Studi di Milano con uno studio dedicato al ruolo della musica nella Recherche di Marcel Proust. 

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