Per andare dove dobbiamo andare per dove dobbiamo andare?

Scenografia:

Sala Consilina, un comune del Vallo di Diano in provincia di Salerno.

Protagonisti:

L’amministrazione comunale, gli immigrati senegalesi, una rete di persone riunitesi spontaneamente per aiutare alcuni concittadini ad affrontare l’emergenza della fame. Un amico avvocato, consigliere comunale dell’opposizione.

Lo sfondo è quello dell’epidemia quando eravamo tutti a casa.

La narrazione sceglie di seguire le vicende degli abitanti senegalesi, concentrandosi nel tempo che è intercorso fra la pubblicazione dei due bandi per la distribuzione dei buoni spesa, fra il 31 marzo e il 18 maggio. Infine, sale sulle spalle di tutti loro e compie la sua evoluzione finale il 19 maggio per guardare lontano, oltre.

Il 9 marzo viene dichiarata l’emergenza sanitaria nazionale, sono allertata dal mio amico K., un ragazzo senegalese, che mi dice di non mangiare da due giorni insieme a suo cugino che vive con lui. Il pacco alimentare che sono riuscita a portargli qualche giorno prima dalla Caritas è terminato, ne sono sorpresa ma scopro che è servito a nutrire nove persone, oltre loro, la famiglia con tre bambini e i ragazzi che abitano negli appartamenti accanto al suo. Immediatamente ci mobilitiamo fra amici e parenti riuscendo a risolvere questa prima emergenza. Contattiamo altri ragazzi stranieri ma per il momento sembra essere un problema circoscritto. Il padre della famiglia e i ragazzi riescono a raggiungere due giorni dopo la Caritas, approvvigionandosi di due pacchi alimentari.

Il 29 marzo, in base all’ordinanza n.658 emessa dalla Protezione Civile per l’emergenza alimentare, conseguenza dell’emergenza sanitaria, il governo stanzia 400.000.000 da destinare ai comuni.

Il 31 marzo Sala Consilina pubblica il bando per l’assegnazione dei buoni spesa, per i quali ha percepito la somma di 113.714.52 euro.

L’11 aprile si hanno i risultati della selezione delle richieste pervenute in comune. Sono state accettate solo due domande: una riguarda la famiglia che vive vicino K. e l’altra un ragazzo che vive con il fratello.

Tutti gli altri senegalesi (18 persone) sono stati esclusi. La ragione dell’esclusione risiede nella compilazione dei moduli, la riporto testuale:

Non valutabile, il dichiarante non ha indicato nessun grado di difficoltà e (non in tutte) manca la firma.    

I senegalesi esclusi dall’assegnazione dei buoni si incontrano davanti al comune e chiedono spiegazioni che non verranno fornite, lasciano il comune e si dirigono verso il palazzo dove vive il sindaco, citofonando inutilmente presso il suo appartamento. Ignoro quanto stia accadendo per strada, un’amica, informata sui fatti, che è insieme a me nella rete di soccorso appena nata, mi informa dell’accaduto temendo che la tensione creata possa ritorcersi contro gli immigrati. Riusciamo a tranquillizzarli rassicurandoli che nessuno rimarrà senza cibo, ottenendo anche il loro rientro a casa.

A questo punto, non bastano più gli interventi sostenuti finora poiché si è appena delineato un nuovo scenario. Dopo un mese, l’emergenza ha allargato il perimetro della necessità che non riguarda solo il cibo e non è più circoscritto a pochi. E’ necessario organizzare un intervento più disciplinato per poter fronteggiare questa situazione. K. ci fornisce nome e indirizzo di tutti, in modo da avere un elenco dettagliato e il numero di persone per nuclei abitativi. Ci informiamo anche sulle loro esigenze alimentari, consapevoli di quanto sia importante soprattutto ora. Sappiamo che di lì a qualche giorno ci sarà la distribuzione dei pacchi alimentari, allertiamo la protezione civile della presenza di queste persone escluse dai buoni. Innanzitutto, però, provvediamo a risolvere immediatamente la fame di chi è già senza cibo in casa. Coinvolgiamo nel frattempo amici, conoscenti e parenti in una rete di solidarietà che si possa esprimere con la raccolta di soldi, di una spesa mirata o nella preparazione di cibo, e scegliamo la casa dove far confluire la spesa raccolta. Un altro problema che emerge riguarda il gas poiché queste persone vivono in abitazioni dove non c’è l’allaccio alla rete del metano, quindi destiniamo una parte della cifra racimolata per l’acquisto delle bombole, cosa che è già avvenuta nei giorni scorsi e che si presenta puntuale. Considerando che gli spostamenti sono vigilati poiché il paese nel frattempo è diventato zona rossa, ci muoviamo in modo che a turno si esca per fare la spesa e per la sua distribuzione.

il 24 aprile viene emesso il secondo bando. Questa volta però, nella piena libertà che il governo ha concesso ai comuni in merito alla formulazione del testo del comunicato, le misure per accedere ai buoni sono diventate più restrittive. Ci prendiamo comunque l’impegno di compilare le domande e di consegnarle in comune.

Il 18 maggio il comune pubblica l’elenco della selezione: sono estromessi gli iscritti all’INPS, beneficiari del bonus di indennità di sostegno per l’emergenza economica, e chi ha già usufruito dei buoni spesa che saranno assegnati, questa volta, solo a quattro ragazzi.

Il 19 riesco a convincere il gruppo degli esclusi a riunirci nello studio dell’amico avvocato, consigliere comunale dell’opposizione che mi ha aiutato a districarmi nel labirinto del lessico burocratico. L’incontro è preceduto dalla ritrosia di qualcuno di loro. Scopriamo con stupore che, all’infuori di K. e di un suo amico, i senegalesi presenti sono iscritti all’INPS e hanno ricevuto l’indennità di sostegno alla fine di aprile. Non immaginando questa eventualità ne siamo sorpresi e sollevati. L’imbarazzo nei nostri confronti, la rabbia per non aver percepito i buoni spesa a differenza dei loro conterranei degli altri paesi del Vallo di Diano e l’inconsapevolezza dei due esclusi dal bonus della mutata situazione economica di gran parte di loro li induce a parlare in wolof, escludendoci dalla discussione e generando una litigiosa confusione. Cerchiamo di dissipare la tensione spiegando loro che il comune poteva scegliere le misure da adottare per la distribuzione dei buoni indicandole nel testo del bando, quindi, per il secondo bando, è impossibile intervenire, per il primo, invece, bisognerà aspettare il bilancio consuntivo dell’amministrazione che ad oggi non è ancora stato pubblicato.

Ergo

L’audacia del litigio ha richiamato la presenza di un’altra ragione che arriva da lontano, silenziosa, e che spiega la ritrosia e l’imbarazzo che sono venuti a insinuarsi nel luogo dove ci siamo riuniti. Riguarda le vite sbilanciate di tutte queste persone fra un qui e un altrove. In Senegal ci sono le loro famiglie, aver chiesto, anche quando non fosse necessario, il nostro aiuto, ha significato poter risparmiare per inviare denaro a loro, come mi è stato raccontato poi. Alla loro condizione di invisibilità imposta si è andata sommando quelle delle loro vite lontane e necessariamente raggiungibili. Era già accaduto che un giorno, in quel tempo appena trascorso, chiedessi a K. di sua figlia, che non vede da quando è nata. Aver saputo che era stata male e che avesse bisogno di cure ci ha spinto a fronteggiare anche questa situazione a distanza, inviando alla moglie i soldi necessari per i farmaci e per mangiare.

La volontà di relegarli in una condizione di marginalità appare evidente da un particolare, emerso quando ho avuto fra le mani le copie dei loro documenti, rivelatosi come la metafora di questa storia. Le mie considerazioni sono circoscritte a questa sola vicenda, scaturite dall’osservazione della relazione che l’amministrazione comunale sembra aver stabilito con gli immigrati fin dal momento della redazione delle loro carte d’identità. Quando ho dovuto compilare le domande per i buoni spesa, nello spazio riservato al luogo di nascita, ho riscontrato che sui loro documenti vi fosse indicata la nazione di origine invece che una città o un paese. La puntigliosa logica imposta dalla legge che, sui nostri documenti, ci restringe in spazi angusti, perché non ci siano dubbi su chi siamo, mi ha indotto a pensare ad un imbuto che, per sua funzionalità delimita lo spazio, però, nei documenti degli immigrati, in cui quella logica si è fatta negligente, l’imbuto si capovolge e i contorni identitari slittano in un “dove” ampio e si sbiadiscano. Lo scolorimento diviene invisibilità accompagnandoli anche lungo il cammino dell’emergenza, riscontrabile nella risposta che il comune sceglie di dare come motivo di estromissione dal primo bando. Infine, però, entra in conflitto con il loro percorso di integrazione che appare nel secondo bando quando, questa volta, è la loro iscrizione all’INPS motivo di esclusione ma, allo stesso tempo, testimone di inclusione, erodendo la metafora della marginalità. 

Post Scriptum

Perché ho frenato la protesta dei senegalesi a Sala Consilina?

 

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