RIPENSARE LA NORMALITA’: RELAZIONI ACCOGLIENTI

Eravamo pronti a tutte le emergenze: dalla mancanza di zucchero alle più aspre incomprensioni dal rifiuto di quel cibo ignobile alle rivendicazioni di umanità; dalle richieste di aiuto alle preghiere di non dimenticarli al freddo della strada.  

Eravamo pronti a tutto ma non certo a contenere una pandemia.  

Noi siamo chiusi nei nostri uffici e loro sono chiusi nelle loro camere ed entrambi abbiamo paura. Loro hanno paura di stare fin troppo stretti in quelle camere con i letti a castello, che durante il giorno radunano alcuni amici per chiacchierare e per sconfiggere quest’ennesima attesa.  Hanno paura di essere bloccati in una condizione di marginalità, in quegli spazi angusti. Hanno paura che una mascherina al mese non sia abbastanza per difendersi dal contagio. Hanno paura di condividere pranzo e cena nelle stesse mense, non avendo il permesso di mangiare in camera. Hanno paura l’uno dell’altro, di non potersi fidare, perché in quelle case che accolgono centinaia di persone, non tutti si conoscono tra loro. Hanno paura delle tensioni che potrebbero scoppiare, che lo spazio non sia sufficiente per mantenere la distanza e di non essere soccorsi.  

Foto di Vanna D’Ambrosio

In più, continuano a far fronte alle paure di sempre. Temono di non poter ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno e precipitare nell’irregolarità dopo aver perso quel lavoretto poco retribuito e senza garanzie, durante il lockdown. Temono di ritrovarsi tra stazioni e strade, non avendo potuto ricercare un piccolo impiego. Temono di dovere aspettare molto più tempo del necessario per la definizione del loro status giuridico. Temono di essere espulsi, cacciati, penalizzati, di non essere protetti. Hanno paura di essere discriminati più di prima, hanno paura delle sassate dei vicini.  

In questo modo, i ’corpi migranti’ si sentono e diventano ancora più vulnerabili ed esclusi. 

Una relazione si inserisce sempre in un luogo dell’incontro o in un “campo di forze” (Bourdieu, 1972), una rete di rapporti che stabiliscono le regole entro cui si muove l’attore sociale, definite da status e ruoli. 

Ci obbligano al distanziamento sociale, ma per noi operatori non è cosa nuova.  

Non eccedere, non sporgersi, non relazionarsi, non scoprirsi, non donarsi, non aiutarsi. Riferire ogni informazione di cui siamo al corrente al responsabile, non muovere un passo senza un’autorizzazione, non assumere iniziative individuali, spontanee e di mutuo appoggioin assenza di permesso da parte del soggetto preposto. Non avere autonomia: tutto deve essere concesso, riferito e tracciato tramite l’utilizzo di materiale cartaceo, telematico o messaggistica istantanea. Le informazioni devono essere condivise con tutti. Dobbiamo avere tutti gli stessi comportamenti, fare le stesse cose, non eccedere, non trasgredire, non avvicinarci, non andare contro gli ordini, non stringere alleanze con gli utenti. Dobbiamo firmare l’ingresso, svolgere il nostro lavoro, riferire, delegare e firmare nuovamente in uscita. Dobbiamo mantenere la distanza tra noi e loro.  

In questa emergenza, ogni gesto ed ogni parola possono generare una situazione ancora più complessa. Il distanziamento sociale si fa più netto di prima e le relazioni, necessariamente, più tese. 

 ‘I ragazzi sono tutti chiusi e questo crea il panico. Con situazioni particolari che comportano problemi. Un lavoro di contenimento più di prima, ma con l’appoggio delle forze dell’ordine che, stavolta, vengono in soccorso. Ci sono persone che non stanno bene, sia fisicamente sia psicologicamente, e che danno segni di stanchezza e potrebbero diventare problemi seri. In questo spazio, c’è solo da controllare’[Testimonianza di una operatrice di un centro ordinario] 

Non è facile essere un operatore sociale. 

Il nostro è un ruolo che rispecchia in modo esemplare i cambiamenti del lavoro in spazi multi-giurisdizionali; è caratterizzato da una vasta gamma di mansioni e responsabilità, frequentemente pure da condizioni lavorative non sicure. All’interno del centro di accoglienza, le nostre relazioni si riflettono in una molteplicità di ruoli e in un continuo rimbalzo tra sicurezza e umanitarismo, tra (Loftus, 2009, 2010). È una definizione di grande complessità morale, essendo il prodotto di un set di casualità tra direttive lavorative, gestionali (regolamenti interni e sicurezza) e human agency (capacità di agire), attraverso cui si lavora alla creazione di una sicurezza ‘umanitaria’, che possa ridurre le condizioni di pericolo fisico e lenire il senso di insicurezza emozionale degli ospiti. Una umanità, dunque, che, nel lavoro degli operatori, deve riconciliarsi con la distanza professionale. 

Da quando l’immigrazione è percepita come un’invasione da arginare per non perdere il controllo simbolico dei confini territoriali, gli addetti alla sicurezza sono sparsi dappertutto, si è inserito nell’ambito dell’accoglienza un processo di contenimento e controllo basato su un sistema disciplinare. La riduzione drastica dei servizi, dei corsi di italiano, dell’accesso all’assistenza sanitaria e dell’accompagnamento legale e al lavoro, hanno reso queste strutture di accoglienza, dapprima predisposte per l’integrazione del migrante nel paese di approdo, delle reclusioni soft per migranti, in assenza di qualunque corrispondenza ai piani di inserimento previstiAttraverso il loro codice, i centri di accoglienza hanno avuto il compito di gestire l’amministrazione e fornire assistenza generica, che non riesce a far fronte ad alcuna emergenza, eccetto quella sicuritaria. Il continuo richiamo alle norme interne al fine di garantirne il rispetto, unitamente al lavoro all’amministrazione dell’utenza, genera un apparato di dati che rivela una gestione della migrazione secondo logiche esclusivamente orientate alla sicurezza per cui l’ospite, dapprima oggetto di protezione, diventa poi oggetto di controllo e dunque rischio potenziale.  

I centri di accoglienza hanno finito per collocarsi in stati di eccezione, abitati da persone di eccezione, a cui, tuttavia, si pretende garantire uguali diritti.  

Situati in aree periferiche, i centri di accoglienza contribuiscono a generare estraneità reciproca, allo straniero la possibilità di diventare parte della società e di costruire rapporti di tipo parentale o amicale, vincoli di solidarietà, favorendo lo sviluppo di relazioni fondate sull’indifferenza e sulla violenza (Cotesta, 2012). Per legittimare la violenza, non basta che lo straniero sia mantenuto ai confini della società, ma è necessario, come mostra Simmel che sia ritenuto “barbaros”, termine che esprime la negatività assoluta, la distanza, la non-relazione.  

Ad un anno da Torre Maura, gli ospiti della struttura di accoglienza in loco sono stati presi a sassate dai residenti spinti dalla paura del Coronavirus. Dopo una settimana, gli ospiti hanno incendiato i materassi. Nel contesto emergenziale della pandemia, questo episodio ha testimoniato che gli stessi diritti alla vita, alla salute, al distanziamento sociale, non possono essere garantiti in strutture pensate dai ‘palazzinari’ dell’accoglienza come innumerevoli castelli di posti letto su cui si ammassare corpi senza sentimenti. Aumentando il livello di conflittualità sociale, quest’episodio ha anche evidenziato che un’accoglienza basata esclusivamente su relazioni di status e ruolo e sulle logiche di controllo non può arginare nessuna paura, ma anzi può implodere o esplodere.  

La continua interazione, la vicinanza oltre le distanze, la condivisione, il mutuo appoggio, l’unità delle parti, la comprensione reciproca e la solidarietà, per molti, operatori ed ospiti, sono state le vere difese dalle paure e dai timori del Coronavirus: un sentimento costante nelle azioni umane e nel regno animale, un’armonia prima del potere politicoovvero il principio sociale anteriore al surplus politico (cfr. Ward, 2019). 

Prima di essere unita da appartenenze o da bandiere, da diari di bordo e da discipline di controllo, la comunità del centro di accoglienza, come ogni nuova comunità accidentale, dovrebbe essere unita dagli stessi fini: protezione, salute pubblica, salvaguardia della vita. Obiettivi che possono essere raggiunti attraverso la costruzione di relazioni mirate a facilitare le esperienze della migrazione e della vita quotidiana, spianando la strada all’accettazione culturale da parte delle comunità di approdo. Urge ripensare le normali attività del centro di accoglienza impegnandosi in nuove forme di relazioni, non repressive né poliziesche, ma contemporaneamente aperte al territorio e funzionali al sostentamento vitale degli ospiti.  

La pandemia ha raccontato che soltanto nella co-gestione e nella condivisione, ogni comunità, – e come le altre, anche quelle dell’accoglienza – può resistere al ‘nemico comune’, generando nuove connessioni di supporto, di ascolto e di aiuto reciproco.  

Ripensare l’accoglienza come luogo di interazione e di apertura, facilitando la comunicazione del fuori con il dentro, consentirebbe di sentirci uniti e stretti, operatori e beneficiari, ospiti ed ospitanti, in uno stato di rilevante benessere che caratterizzerebbe le vite di entrambe le parti, combattendo ogni paura.  

A questi operatori, difatti, non resta altro che avere ‘fiducia’ gli uni negli altri.  

 

 

BIBLIOGRAFIA  
Bourdieu P. (1972), Esquisse d’une théorie de la pratique, Paris: Seuil.  
Cotesta V. (2012), Sociologia dello straniero, Roma: Carocci. 
Loftus B. (2009), Police Culture in a Changing World, Oxford University Press. 
Loftus B. (2010), Police occupational culture: Classic themes, altered times, Policing & Society, 20(1), 1–20. 
Ward C. (2019), Anarchia come organizzazione, Milano: Elèuthera. 

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